martedì 13 gennaio 2015
BEYOND GESAMTKUNSTWERK
Being on the Edge
Studioartec
Dodici pensieri sull’architettura: approccio ad una teoria per il XXI secolo.
'Architettura' è il nome che diamo all'insieme delle sensazioni fisiche e psichiche che proviamo per il fatto di essere in un luogo costruito dall'uomo.
martedì 3 aprile 2012
Twelve points for an architecture of the 21st century
'Architecture' is the name we give to all the physical and mental feelings we have for being in a man-made place.
Nevertheless architecture is an art which expresses itself through the practice of building. We say 'architecture' when a building moves our emotions: we feel touched and impressed. For this reason it's not form or the daring of the architectural work that engage us more, but the ability of architecture to create a place with a strong identity, to house our lives in beauty, in the most proper and most apt atmosphere for our gestures. This is the aim of architecture and In this way architecture is the art of life. A complete art (not just visual) that expresses itself through light, forms and materials reinforcing our deepest feelings and gestures and giving them a home. An art which enhances our awareness of the present moment and of our actions.
mercoledì 25 gennaio 2012
La qualità architettonica e la città. Riflessioni dopo una visita ad Orta San Giulio.
Sono qui seduto sul molo dell’Isola di San Giulio, sulla calda pietra che nella sera cede lentamente il calore che il Sole le ha dato di giorno. Guardo la costa, verde e alberata, quasi senza case, lontana.
Ascolto il leggero sciabordio delle onde e chiudo gli occhi. Il ricordo di questo luogo si fa dolce in me. Come un luogo rifugio dove portare la mente nei momenti difficili, un luogo che mi ascolta perché lì io stesso riesco ad ascoltarmi.
Tutta l’Isola di San Giulio ha qualcosa di assolutamente magico, un’aura che la circonda, qualcosa che la definisce come altro dal resto del mondo ma che allo stesso momento la fa rappresentazione di un mondo perfetto, o almeno di un piccolo mondo, di qualcosa di finito in sé.
Forse un luogo è proprio questo: qualcosa di talmente forte e dotato di una sua intrinseca autonomia (spirituale, soprattutto) da farne qualcosa di completo, racchiuso. Qualcosa che non ha più bisogno di altro.
Questa sensazione è forte e presente in tutto il Lago d’Orta. Orta San Giulio, il Sacro Monte e l’Isola hanno un senso di perfezione e di ‘ben fatto’ talmente potente da farti dire: ma perché il mondo non è tutto così? Forse con un po’ di invidia pensi alle ottanta clarisse che vivono nel monastero sull’isola, e sorridi.
Poi di colpo ti attraversa un pensiero e la tua mente è catapultata ad esempio in una strada del Manhattan Midtown e pensi al paragone impossibile tra Orta e New York City e dici beh è facile, basta negare la modernità, o relegarla oltre il lago, in modo che da qui non si veda.
Ma sai che stai mentendo a te stesso, perché non è così.
A ricordartelo è sufficiente quella grande discoteca dall’altra parte del lago, che tanto ti ricorda uno degli ultimi edifici di Wright. No, Orta non nega affatto la modernità. E la modernità non è il male. Male è essersi dimenticati di cosa voglia dire essere uomini, di cosa sia il nostro rapporto sano con la natura. Di cosa siano la città e l’architettura nella loro essenza più profonda, spirituale e civile.
Il male non è la modernità, ma lo sono la fretta e l’economia fine a sé stessa. Sono cambiati i parametri della costruzione: un tempo si costruiva per realizzare qualcosa (di utile e bello). Oggi si costruisce per vendere, la qualità del prodotto non interessa quasi più.
Dal secondo dopoguerra le nostre città sono esplose e l’architettura non è stata più in grado di disegnarle, progettarle, definirle. Al suo posto sono intervenuti fattori economici e storici che hanno determinato un radicale cambiamento del rapporto tra l’uomo, il paesaggio e l’uso del suolo. Si è passati dalla ‘città nel paesaggio’ alla ‘città continua’, che occupa tutte le pianure e gli spazi costruibili. Che contiene al suo interno le attività produttive, le cave, gli impianti industriali e sempre meno campi coltivati o boschi.
Ci siamo dimenticati, per forza di cose, quanto sia potente l’influenza della qualità architettonica sulla qualità delle nostre vite. Ce ne ricordiamo quando passeggiamo per le calli di Venezia o nel Barrio Gotico di Barcellona.
Il Lago d’Orta è intriso di questa potenza, della potenza della bellezza. San Giulio è l’isola di pietra, l’isola costruita, dove tutto è progettato e disegnato, dove si entra passando per un arco, come si entrasse in un tempio, o in una città antica circondata da un altopiano infinito e battuto dal vento. Si entra in un regno. La fantasia vola e sorridendo la paragoni a Minas Tirith, pensando a Tolkien.
Viviamo un’epoca di ripensamenti. L’espansione urbana non è più così esplosiva come nei decenni scorsi, almeno nel mondo occidentale. Viviamo un’epoca in cui si può cominciare ad operare per ricuciture, a dare qualità ai nostri vituperati quartieri periferici intervenendo sui vuoti che li separano, dando qualità architettonica, verde disegnato, spazi di incontro, luoghi di cultura.
La lezione del Lago d’Orta è chiara e semplice: attraverso un disegno dello spazio architettonico di qualità è possibile un tipo diverso di vita, di qualità degli incontri, di percezione dello spazio e delle relazioni umane che in questo spazio vivono e si alimentano. Il centro con la piazza a lago, la loggetta del mercato e la via/scalinata che sale alla chiesa, che di per sé è un’impostazione urbana e architettonica già di primissima qualità, è contornata dalle gemme dell’Isola di San Giulio e del monte sacro, che in un parco che fa terrazza sul lago costituisce un vero e proprio compendio di architettura sacra barocca, con le sue venti cappelle devozionali una diversa dall’altra.
La qualità urbana non è però necessariamente legata all’architettura antica, e su questo punto amplio il mio ragionamento e, usando solo come spunto il Lago d’Orta, provo a fare un ragionamento che per funzionare scardina alcune regole.
Possono non esserci moltissimi spazi urbani di riconosciuta qualità architettonica di realizzazione ‘moderna’, ma il motivo non risiede nella mancanza di talento o di ‘linguaggio’ degli architetti moderni e contemporanei, bensì nella crisi delle ragioni che stanno alla base del costruire accennate più sopra. Senza troppo ordine elenco alcuni interventi di qualità contemporanei per dimostrarlo: mi vengono in mente il quartiere del Weissenhof a Stoccarda, l’intervento di Cino Zucchi all’area ex-Junghans alla Giudecca a Venezia, il Rockfeller Center a New York o quasi tutta
Forse il fallimento dell’urbanistica moderna (soprattutto in Italia) sta proprio nella pretesa di volere governare tutto attraverso piani regolatori che determinano le densità edificatorie, le destinazioni d’uso e poco più e avere rinunciato troppo spesso ad accontentarsi anche solo di ‘disegnare’ un piccolo pezzo di città e di farlo lasciando perdere le regole e concentrandosi invece sulle qualità specifiche di quel luogo e degli edifici che lo andranno a determinare.
Sì, lasciando perdere le regole.
Perché per disegnare una città umana bisogna riprendere in mano la matita, o il computer, e non partire da volumi e indici ma da vedute e spazi, verde, materiali, luce. Relazioni umane, luoghi civici. Il potere dell’architettura come elemento che ci rappresenta. Il significato della monumentalità.
Non voglio né negare le conquiste dell’urbanistica moderna e contemporanea né dimenticare l’estrema complessità di questa disciplina. Ma se questa disciplina non parte dal chiedersi perché determinati spazi ci fanno stare bene e altri no, perché sentiamo un profondo senso di identità in alcuni luoghi e in altri no questa disciplina continuerà a funzionare male e a produrre risultati scadenti.
Gli architetti, gli urbanisti, gli amministratori e i cittadini a cui sta a cuore la vita dell’uomo possono partire da questo. Non dai metri cubi. Non dagli indici. Non dall’arricchimento dei soli operatori economici del settore. Non dalla fretta. Non dal mito della produzione a tutti i costi.
Winston Churchill diceva sempre che ogni popolo ha i governanti che si merita.
Forse ogni popolo ha anche le città che si merita. Ma ogni popolo può, a partire da un dato momento, provare a costruire la città che desidera.
martedì 8 settembre 2009
Desiderio
Una delle caratteristiche della letteratura utopica è quella di essere trasversale alle epoche, ai popoli e ai mezzi espressivi con i quali è stata prodotta di volta in volta. Negli ultimi anni è tutto un fiorire del genere, che si esprime soprattutto attraverso il cinema e i videogiochi, con intenti che vanno dall’autenticamente artistico fino al puramente commerciale. Solo per citare alcuni nomi dico Il Signore degli Anelli, Harry Potter, Star Wars, i mondi della saga di Myst. I mondi, appunto: come se oggi ci sia sempre più il bisogno di evadere dalla realtà opprimente, monotona, faticosa e noiosa delle nostre vite per entrare in un luogo che sia più definito, meno sfuggente, più chiaro, un luogo con il quale nel bene e nel male ci si possa identificare. Al contrario di quello che accade con il mondo reale, che è invece sempre più indefinito e alieno a noi, ai nostri desideri e in particolare al nostro desiderio di capirlo.
La terra di mezzo non è sicuramente un luogo accogliente, ma è un luogo che comprendiamo facilmente, con valori condivisi. Fra cui non ultimi la relazione con le cose della natura e con il bisogno di interdipendenza dagli altri esseri umani.
Credo che una buona architettura sia soprattutto un luogo che ci aiuti a capire quello che stiamo facendo: uno spazio che ci aiuti a concentrarci sul momento presente, sui nostri gesti e sulle nostre relazioni, e sul motivo della nostra presenza in quel luogo. Come dice Peter Zumthor la chiave per affrontare il problema è la capacità di progettare e realizzare una forte atmosfera di fondo, che identifichi un luogo, ossia che gli dia identità, presenza, carattere.
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Il senso del nostro fare può essere meglio compreso quando si fa proprio il fatto che le azioni umane rientrano nell’ordine del sacro.
Allora nella casa la sala da pranzo diventa il luogo del convivio, del cibo come scambio di cultura, di calore, di esperienze, di dialogo. Il ristorante è il luogo dove questo passa nella sfera civile, nella sfera pubblica: nella comunità. La camera da letto è il luogo del riposo e dell’intimità della coppia. Il luogo di lavoro è il tempio della concentrazione e della creatività. E così di seguito la strada, il negozio ecc. Ogni luogo ha il suo ordine del sacro, perché sacro è il momento presente vissuto con pienezza.
Una delle cose che desidero maggiormente è proprio riuscire a progettare degli edifici, degli spazi che aiutino a vivere questa intensità, questa concentrazione, questa qualità della vita. Penso che la buona architettura non sia tanto quella che lascia il segno con un gesto eclatante o necessariamente scultoreo, ma quella che ha in sé la capacità di creare un luogo, la qualità e l’identità di uno spazio che ci aiutino far nascere le nostre idee migliori e i nostri sentimenti più autentici, che ci permetta di provare sensazioni che in un mondo sempre più caratterizzato da segni confusi e contraddittori non riusciamo più a provare, a leggere, ascoltare, capire. Una architettura che non sia il veicolo attraverso il quale si esprima il messaggio di una data corrente artistica, ma una architettura che crei uno spazio dalla forte identità in grado di accogliere pienamente le vite delle persone che la vivono.
Credo che l’architettura possa essere l’arte del vivere.